Intervista a Luca Scarcella, Digital Journalist e Social media manager de La Stampa

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In un presente che corre veloce tra vecchie professioni che iniziano a tramontare e tante nuove altre che sorgono, soprattutto nel panorama digitale, sono due gli elementi a cui non dobbiamo mai rinunciare: la coscienza e le passioni.

La coscienza di ciò che siamo, di ciò che amiamo e di ciò che vogliamo da noi stessi e dagli altri e le passioni che muovono tutto, spostando il grigio un po' più in là.

Abbiamo avuto l'occasione di intervistare Luca Scarcella, Digital Journalist, Social media manager de La Stampa e Organizer, Licensee & Curator presso TEDx PoStreet un 28enne – capirete perché ci teniamo a specificare l'età – che nel mondo del digital ci lavora e il cui percorso è stato contraddistinto dalle sue tante passioni che lo hanno da sempre accompagnato e che continuano a farlo tuttora (basta vedere il suo profilo Instagram per capire la passione per il design!).

Partiamo dalle “origini”.  Hai 28 anni e un background notevole alle spalle, passato e presente. Come hai fatto tutto questo, essendo così giovane?

Ho fatto un percorso un po' strano. Ho iniziato a suonare pianoforte a 11 anni, e dopo il liceo scientifico non mi sono iscritto subito all'Università poiché volevo concludere gli studi al Conservatorio, dove avevo già dato esami da privatista. Tra i 19 e i 22 anni ho lavorato parecchio come compositore di colonne sonore e jingle per la TV, poi, per una serie di vicissitudini, ho deciso di aprirmi un'altra strada, e nel dicembre 2010 mi sono iscritto all'Università di Torino dove mi sono prima laureato alla triennale di Scienze Politiche (2013), e poi alla magistrale in Comunicazione Pubblica e Politica (2015). Dal 2013, durante gli studi, ho iniziato l'attività di media strategist freelance, per aziende e nella comunicazione politica. Nel frattempo, già nel 2011 avevo iniziato a scrivere per un giornale locale della provincia di Torino, dove ho fatto molta esperienza e appreso metodi di lavoro che tutt'oggi utilizzo. Grazie a quell'esperienza, nel 2013 ho potuto essere iscritto all'albo dei giornalisti come pubblicista. Nel 2015, dopo aver concluso la magistrale, ho iniziato a scrivere per due testate: StartupItalia e NinjaMarketing. Per StartupItalia ho continuato a scrivere per circa un anno e mezzo, poi ho preferito abbandonare. Mentre ho deciso di lasciare NinjaMarketing dopo due anni, per cercare nuovi stimoli altrove. A dicembre del 2016 mi sono proposto a La Stampa, e ho iniziato subito a scrivere, poi da marzo 2017 ho cominciato anche l'attività di social media manager. Mi occupo nello specifico di tutti i canali della tecnologia, e in team dei canali del nazionale. Nel 2017 ho infine concluso un corso di specializzazione allo IED di Torino, in E-ditorial Solutions.

Oltre queste attività propriamente lavorative, ho altri progetti, come il TEDx, e l'associazione ToActions.

 

Ci racconti la tua esperienza col TEDx?

Organizzare un TEDx è più complesso di quello che si possa pensare. Sono stato il primo licenziatario TEDxUniTO, ossia il primo a organizzare il TEDx in collaborazione con l'Università di Torino, dove il format, quando lo proposi, non era conosciuto (o lo era marginalmente da qualche docente). Solo dopo l'evento l'attenzione dell'Università sul TEDx crebbe, e dopo aver fatto di tutto per bloccare me e tutto il team per toglierci la licenza ed entrarne in possesso, pare che oggi nessuno si voglia prendere l'impegno. Io sinceramente spero che l'Università di Torino porti avanti il progetto, perché per gli studenti può essere interessante partecipare, ma il mondo universitario è assai complesso, pieno di equilibri da mantenere tra varie personalità: un microcosmo di nervosismi e giochi di potere che alle volte pare di essere dentro a un episodio di House of Cards.

Oggi sono licenziatario del TEDxPoStreet, e a breve lanceremo il sito web e il primo evento. Sarà qualcosa di completamente nuovo e inaspettato per i classici eventi TEDx: una sfida che io e il team speriamo di vincere. Vi invito a seguire gli aggiornamenti sulla pagina Facebook.


Mi viene in mente quello che diceva Baumann della società fluida, cioè che ormai  si passa dall'online all'offline con molta facilità, e mi sembra che tu incarni questo concetto.

Io utilizzo i social in modo un po' strano, se vuoi.


Era una delle domande che volevamo porti. Che strategia utilizzi tu con i tuoi social?

Io utilizzo principalmente tre canali social: Facebook (dove ho un profilo e una pagina), Twitter e Instagram. L'unica strategia che ho è quella di inserire contenuti che mi piacciono e che penso possano piacere – e “l'oggettivamente bello” per me è una sfida, qualcosa di utopico, trovare l'oggettivamente bello al di fuori della soggettività mi affascina - che possano dare un'informazione in più alle persone. È molto difficile che sui social condivida fatti privati… è molto, molto difficile. Se lo faccio è solo perché quella cosa privata va a legarsi con qualche attività particolare che sto portando avanti. Sinceramente non penso tanto al risultato che posso ottenere con i canali social personali, ma posto contenuti che piacciono a me, che mi piace riguardare e che abbiano un impatto visivo molto forte. Ho sempre amato il design, la fotografia, l'arte… mi piacciono un sacco di cose… le cose belle sostanzialmente, ciò che può richiamarmi alla mente il concetto del bello ideale neoclassico.


Quindi non hai una strategia definita…

Sui miei social personali assolutamente no. Su ciò che gestisco per lavoro ovviamente sì; c'è uno studio costante dietro a quello che faccio, anche perché altrimenti non riuscirei a ottenere gli ottimi risultati che sto ottenendo ad esempio con i canali Tech de La Stampa. Con quelli personali, l'unica regola che seguo è di mettere cose che a me piacciono… poi, se agli altri piacciono, se gli altri commentano, se mettono “like” e/o condividono non mi interessa per niente.


Com'è lavorare per una realtà grande come La Stampa? Trovi difficoltà?

Sono contento di poter collaborare con La Stampa, è un obiettivo che avevo e l'ho raggiunto. Ho sempre avuto per le mani quel quotidiano, fin da quando ero molto piccolo. La Stampa è il terzo quotidiano in Italia e nell'online si sta facendo bene. Fin da subito ho trovato persone che sanno ascoltare, se hai proposte e progetti ti ascoltano davvero, e ti supportano: questo è molto importante. Le difficoltà sono molto soggettive e dipende da che punto di vista le guardi. Io prendo le difficoltà come spunti per migliorare: ad esempio, nel canale tech, oltre l'editor che è fantastico, ho dei colleghi davvero in gamba, e leggo sempre tutti gli articoli, per confrontarmi, migliorarmi, e apprendere. È davvero un bel team. Credo comunque che si possa fare molto meglio, quindi preparatevi a qualche gustosa sorpresa (ride, ndr).


Sei sia giornalista sia social media manager, sono mondi distanti secondo te?

Secondo me, il giornalismo e la gestione della comunicazione online abbiano una base in comune: la sociologia. Credo che se non avessi fatto il percorso sociologico che ho fatto - ho studiato parecchia sociologia - oggi non riuscirei a fare quello che faccio, o lo farei molto male. La sociologia è davvero importante per capire che non possiamo mai avere la presunzione di sapere come e cosa le persone possono pensare. È sempre necessario studiare, indagare, ascoltare, osservare. In questo modo puoi fare un lavoro fatto bene e non sciatto. Bisogna sempre dare senso e base solida a tutto quello che si fa. Se io sono un giornalista e voglio scrivere di un determinato tema, non posso limitarmi a raccontare la storia di quel tema perché altrimenti sto facendo storytelling, e lo storytelling non è giornalismo. Al massimo è una sua parte. Il giornalismo deve basarsi su dati, sulla scientificità. Il giornalismo parte dal reale: senza i dati, senza la ricerca, non può esserci giornalismo, a mio parere. Allo stesso modo, se non si tiene conto dei dati non può esserci una comunicazione online fatta bene - come sui social media per esempio - perché ci sono tante variabili da tenere in conto, non solo quelle umane e antropologiche ma anche variabili prettamente informatiche, e quindi bisogna conoscerle, osservarle e studiarle.


Che ne pensi degli haters?

È normale che quando hai un pochino di visibilità e riesci a fare cose, ci sia qualcuno che remi contro, principalmente perché non sa che cosa fare o è semplicemente invidioso. Degli haters non mi interessa niente, fino a quando non è necessario prendere provvedimenti legali, cosa che non mi è ancora successa per fortuna. Gli haters, i troll, vanno ignorati finché si può: è inutile perderci tempo. Il tempo è la cosa più preziosa che abbiamo, sfruttiamolo al meglio.


Hai tenuto da poco una lezione sul digital journalism all'Università di Torino: pensi che sia una buona opportunità per i più giovani, pensi che prenderà piede?

Penso che il digital journalism abbia già preso piede nel mondo anglosassone. Ma è importante capire che cosa è il giornalismo digitale. All'estero chiedono conoscenze non solo nella scrittura classica, ma anche nei linguaggi di programmazione, e nell'utilizzo di software che vanno dal fotoritocco all'editing video. In Italia non è diffuso, anzi, restano lavori di nicchia, che comunque si sanno difendere bene quando vengono presentati in contesti internazionali. In Italia, per poter fare cose del genere da freelance devi avere tanta voglia ogni giorno di svegliarti e sapere che stai facendo cose tanto belle quanto complesse, e che probabilmente non ti verranno riconosciute nel modo giusto. Io ho 28 anni, e sono in una situazione in cui io non posso assolutamente pensare a progettare il mio futuro: è un po' frustrante. Quando sono stato all'Università a parlare ai ragazzi li ho visti tutti molto interessati, ma il corso è tenuto da una docente che cerca di dar loro gli strumenti per affrontare le sfide delle nuove professioni digitali: è una mosca bianca. In Italia possiamo dire che c'è una buona scuola in cui ti preparano con una cultura generale molto approfondita, cosa che all'estero è difficile da trovare. Se un ragazzo del liceo italiano va a confrontarsi con uno che frequenta il college negli Stati Uniti, il ragazzo italiano gli è superiore in quanto a conoscenze, senza dubbio. Il problema è dopo, nelle Università in cui secondo me mancano proprio le figure che riescano a passarti gli strumenti per affrontare la modernità, e la passione per quello che si fa. Io sinceramente queste cose non le ho viste all'Università quando la frequentavo.


Dove ti vedi fra tre anni?

Se realizzo quello che ho in mente mi vedo a Torino, a vivere di rendita (ride, ndr). Scherzi a parte, se non riuscirò a raggiungere i miei obiettivi, mi vedo altrove, in altre città, come Montreal o Lisbona, o perché no New York. A lavorare nel campo della comunicazione digital, oppure cambio totalmente strada. Non ho paura del cambiamento.

Ultimissima domanda, quella marzulliana. Luca cosa chiederebbe a Luca?

Spesso mi chiedo: «sei felice?». E mi rispondo sempre che la felicità non esiste.

 

 

 

 

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